MIGUEL BOSE' TRA 'MITO' E REALTA'

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Miguel 'ieri' e 'oggi' (scegli video, clicca play e...)

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lunedì 9 febbraio 2015

Intervista a Miguel Bosé su 'La Lettura- Corriere della Sera'

SONO UN GHEPARDO, MI ALZO ALLE 5
Sandro Veronesi per il “Corriere della Sera”

sophia loren miguel boseSOPHIA LOREN MIGUEL BOSE
Ultimamente, per motivi letterari, ho molto frequentato il video di Bravi ragazzi , risalente al 1983. Mi sono rimpinzato di quel reperto: un ragazzo bellissimo vestito di bianco che balla in stile anni Ottanta mentre canta una delle canzoni più famose del suo tempo, e intorno a lui una scarna scenografia elettronica arricchita da effetti speciali che oggi non usano più nemmeno nei filmini delle comunioni.
C’è qualcosa di struggente, in quel video — forse il contrasto tra la lattescente inconsapevolezza suggerita dal ragazzo danzante e la cupa retorica autodistruttiva contenuta nel testo della canzone. Sta di fatto che da allora (anzi, da qualche anno prima, dato che Olympic Games è del 1980) la carriera di Miguel Bosé è stata accompagnata da un consenso popolare veramente universale — il che significa successo clamoroso, internazionale, superiore anche a quello dei suoi celeberrimi genitori, che dura tuttora: come un astro vero, infatti, quando in un emisfero terrestre sembra tramontato è solo perché sta splendendo nell’altro, e viceversa, a suon di milioni di copie vendute.
A quasi sessant’anni oggi vive a Panama, dove è nato, in una casa sul Pacifico insieme ai suoi quattro bambini, e quando è tempo di concerti o di promozione gira il mondo come adesso, salvo stabilirsi qualche mese in qualche Paese a fare il coach in qualche talent show televisivo, come nel 2012 in Messico per La Voz e negli ultimi due anni in Italia per Amici — naturalmente facendo salire gli indici d’ascolto. Se ormai non lo si dicesse di chiunque, ci sarebbe da definirlo un’autentica icona pop.
miguel boseMIGUEL BOSE
Quante lingue parla? 
«Spagnolo, italiano, francese, inglese, portoghese: cinque».
Quando si è reso conto che la sua vita era eccezionale, rispetto a quella degli altri? 
«Nel periodo in cui tra i miei compagni di scuola cominciò ad andare di moda l’Anorak, il giubbotto impermeabile col cappuccio, e io non ho mai potuto averne uno. A me avevano comprato un loden, che era meglio, sì, ma era anche un segno di differenza che mi faceva soffrire. Quando si è ragazzini ogni minima differenza con gli altri reca dolore. Per fortuna però sui valori e sulle cose importanti la mia famiglia non mi ha mai fatto pesare nessuna differenza».
Lei è il figlio della bellezza — una bellezza che peraltro le è stata geneticamente trasmessa. È mai stato un problema, questo? 
«In una famiglia di ghepardi non c’è coscienza della velocità. La natura di ogni cosa, incluso l’essere umano, non è mai cosciente di sé. E se poi, come me, vieni educato in una famiglia in cui certe cose non te le fanno nemmeno notare, ti viene fatto un grande favore».
platinette si chiede se miguel bose faccia le carte in tv
Quali erano i suoi idoli, da piccolo? 
«Idoli anonimi, quasi sempre. Mia nonna Francesca, per esempio, che mi ha insegnato a cucinare. Profumava sempre, di panna, di cocomero, e io pendevo letteralmente dalle sue labbra. Una tata che avevo a Madrid, che per me è rimasta l’immagine della terra. Un professore di matematica. Capitan Drueno, un eroe dei fumetti molto popolare in Spagna. Tin Tin. E più avanti, Jim Morrison. Lo adoravo. L’ho anche conosciuto, un giorno: mi ha dato la mano e mi ha ruttato in faccia».
Che cos’è per lei l’innocenza? 
«L’innocenza è una luce che non si dovrebbe mai perdere. Per la salute dell’uomo, per la sopravvivenza in lui della sua infanzia e dei suoi principi. La verità risiede lì: si lotta e si combatte per trattenerla, ma è difficile. Certo, se si riesce a tenere separati persona e personaggio è più facile».
Miguel bose SanremoMIGUEL BOSE SANREMO
Che lei ricordi, qual è stata la prima determinazione autonoma che ha concepito? Qualcosa che non risentisse in nessun modo dell’influenza dei suoi familiari, o che andasse contro di essa? 
«La decisione di partire per Londra per andare a studiare qualcosa che non piaceva a nessuno, ma che io volevo diventasse la mia vita. L’hanno saputo quando lo stavo facendo. Sono partito a 17 anni, nel ’73, ma la decisione l’avevo presa tre anni prima, a 14».
La storia della tauromachia in Spagna è rigidamente dinastica, patrilineare. C’è stato un momento della sua vita in cui si è pensato che lei, unico figlio maschio del grande Luis Miguel Dominguín, e nipote del leggendario Domingo Dominguín, potesse fare il torero? 
«No, mai. Anzi, la famiglia intera si è preoccupata che in casa non ci fosse nulla, proveniente dalla corrida, cui potessi affezionarmi. Tutti i miei cugini spagnoli, in effetti, sono toreri, ma di me torero non si è mai nemmeno vagamente parlato. L’Italia mi ha protetto. Mia madre mi ha protetto».
Antonella Clerici e Miguel Bose AnsaANTONELLA CLERICI E MIGUEL BOSE ANSA
Sua madre: oltre alla straordinaria somiglianza fisica, cosa ha ricevuto di strutturale, di permanente, da lei?
«Nella mia parte italiana ci sono due cognomi: i Bosé e i Borloni. I Bosé erano contadini, gente simpatica, vitale, creativa: da loro posso aver ricevuto un patrimonio di idee. Ma ho preso molto di più dai Borloni: svizzeri, e dunque cultori dell’ordine, della disciplina, della responsabilità, sono andati a contrastare la componente spagnola, che avrebbe potuto divorarmi».
Wikipedia definisce «Bravi ragazzi» un «inno generazionale buonista». A me non sembra proprio — anzi, a me sembra una canzone disperata, l’inno semmai di una gioventù consapevole di essere destinata a bruciarsi. Lei che non l’ha scritta (il testo è di Guido Morra) ma l’ha portata al successo, di che opinione è? 
«No, macché buonista. Ha ragione lei, è una canzone dura, quella. Basta leggere il testo: “Camminiamo sul filo, a più di cento metri dall’asfalto”… “Siamo noi che siamo a pezzi…”, eccetera. Altro che buonista: è un inno senza pietà. C’è dentro la disperazione, c’è l’eroina».
bose lucia miguel
Ecco, appunto: negli anni di quella canzone, gli ultimi pre-Aids, a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, la droga era veramente molto diffusa tra i giovani, e non solo negli ambienti artistici e musicali. Lei ha avuto esperienze dure in quest’ambito, o ne è rimasto fuori? 
«Io ho avuto una grande fortuna: avevo, come ho tuttora, la belonefobia, cioè il terrore degli aghi. Dunque l’eroina per me non era nemmeno in discussione. Ero circondato da gente drogata fino alle orecchie, in quegli anni in Spagna era un delirio. Il risultato è che solo due miei amici di allora ne sono usciti e oggi sono puliti: gli altri sono ancora tossici, o sono morti».
In alcune interviste che ha rilasciato ho letto che lei ha vissuto anche periodi di vita ritirata. Ora le cito Proust: «Longtemps, je me suis couché de bonne heure». Che rapporto ha avuto, nella sua vita, con l’andare a letto presto? 
«Sono stato quasi sempre un essere notturno, per la verità. Dormo poco, ho sempre dormito poco: cinque-sei ore, non di più. Da ragazzo leggevo, per ore, sotto le coperte con una torcia.
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E nell’88, in seguito a un disamore, ho deciso di frequentare fino in fondo la notte e mi ci sono buttato. È la mia zona oscura. Vivevo di notte, solo di notte. È durata tre anni, dopodiché ho smesso e ho ricominciato a vedere la luce del giorno. E ora, sì, je me couche de bonne heure, e mi alzo alle 5 del mattino. È un momento fantastico della giornata, quello, magico, mentre tutti gli altri dormono: organizzo il lavoro della giornata, rispondo alle mail, leggo, faccio le salse, faccio meditazione. E se è inverno, a un certo punto vedi albeggiare, e diventa un’esperienza veramente vitale».
Questo suo ultimo album, «Amo», sembra molto intimo, molto raccolto su temi basici. È così che si sente anche lei? 
«È un lavoro solido, maturo. Era da 12 anni che non avevo tanto tempo per scrivere un disco — due anni e mezzo. E poi c’è il fatto che è stato tutto composto in casa. Di solito le canzoni uno le scrive in albergo, durante le tournée, perché altrimenti non ha il tempo.

Stavolta invece sono rimasto a casa con i miei figli, e il risultato è un disco scritto in pigiama, più calmo, più meditato. E in effetti, sì, è anche più basico: per esempio, dedico una canzone al respiro. Ma è anche molto colorato, come album. Ho avuto il tempo di farlo».
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Lei sogna di continuare la sua attività artistica a oltranza, come Aznavour, o sogna di smettere, un giorno? 
«Oh no, a oltranza no. Anzi, ho espressamente chiesto ai miei amici di farmi ricoverare se a settant’anni volessi salire su un palco a cantare Bandido. La mia musica non può essere fatta oltre una certa età, io non sono come Aznavour o Frank Sinatra. Però continuerò sempre a scrivere musica: è aria, per me».
O insegnare — stando al successo personale che ha riscosso facendo il direttore artistico ad «Amici». È qualcosa che si sentiva dentro, questo talento maieutico, o ha sorpreso anche lei? 
«Quando sei lì è qualcosa che viene da sé: è il bisogno degli altri che te lo tira fuori. Del resto, arriva un momento nella vita in cui conosci talmente tante cose, e hai accumulato un tale bagaglio di denominatori comuni, che poterlo trasferire negli altri dà sollievo. È già una cosa molto bella di per sé.
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In più, in un programma come quello, c’è il coinvolgimento emotivo con le persone che ti mettono il proprio futuro tra le mani: e tu hai voglia a ripetere "andateci piano, ragazzi, è solo un gioco", perché per loro è la cosa più importante di tutte, e c’è del dolore vero nella sconfitta. E lo senti anche tu».
Come vorrebbe che fosse l’ultimo giorno della sua vita? 
«Superato il secolo di vita, in buona lucidità mentale, discreta salute, in condizioni di indipendenza fisica ed economica, vado a letto dopo cena e non mi sveglio più». 

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