MIGUEL BOSE' TRA 'MITO' E REALTA'

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Miguel 'ieri' e 'oggi' (scegli video, clicca play e...)

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martedì 8 giugno 2010

MIGUEL BOSE' SU 'GRAZIA'




Miguel Bosé: «A 54 anni canto la mia rinascita»
Un tour lunghissimo, uno show scenografico, brani inediti e vecchi successi: Miguel Bosé festeggia così la forma fisica ritrovata (era arrivato a 109 chili). E il successo in italia del suo nuovo disco, “Cardio”

«Siamo tutti bellissimi e stupendi: eleganti, raffinati, con costumi meravigliosi». Miguel Bosé descrive così il look del suo nuovo tour, che da più di un mese sta girando per il Sud America e la Spagna in seguito al successo del nuovo disco - intitolato Cardio - uscito in Italia con vendite record. «Un palco di 12 metri, una pedana girevole, una struttura alta 14 metri su cui vengono proiettati i video ai quali abbiamo lavorato per quasi un anno, un coro composto da due ragazzi e una ragazza, i ballerini. Due ore di spettacolo fatto per il 60 per cento di pezzi nuovi e per il 40 di pezzi vecchi». Se non lo si fermasse, Bosé andrebbe avanti a parlare per ore, sottolineando lo sforzo di uno show imponente sia scenograficamente che musicalmente. Un modo, anche, per festeggiare la ritrovata forma fisica. Due anni fa, dopo l’uscita dell’album Papito, Bosé era arrivato a pesare 104 chili, «con una punta massima di 109», specifica. «Il problema è che un tour per il mercato latino non dura mai meno di un anno e in questo anno ti saltano completamente tutti i bioritmi, compreso il metabolismo: non sai mai quando mangerai, a che ora, dove, cosa. Mantenere la disciplina in queste condizioni è impossibile e invece la regolarità degli orari è proprio quello di cui ha bisogno l’organismo per funzionare bene, esattamente come succede per i neonati». Due anni di lavoro e di dieta, otto persone a seguirlo tra dietologi, massaggiatori e nutrizionisti lo hanno riportato al suo peso forma (che però non rivela). «Ci vuole tempo. Non si tratta solo di dieta, è questione di depurare tutto l’organismo, di recuperare i ritmi normali. È una cosa bellissima potersi prendere cura di se stessi, ma ci vogliono tempo e pazienza».
Il disco nuovo è molto pop, ma tocca temi anche seri: ci sono velati attacchi alla posizione della Chiesa, ai fanatismi religiosi. Le piace mischiare l’aspetto leggero con quello più impegnato?«Tutti i lavori che hanno a che fare con il sentimento e con le emozioni hanno questa duplice natura: da una parte c’è il divertimento e la voglia di intrattenere il pubblico, dall’altra c’è l’attualità. I telegiornali sono ormai delle fonti di ispirazione. Tutti i giorni sei costantemente ispirato da quello che succede nel mondo. Il mio sogno è fare canzoni come Curame o come Y poco mas che parla di fanatismo religioso e sentirmi dire che sono canzoni obsolete, superate, perché questi problemi non esistono più. Purtroppo non è così. Sono temi che assillano, pesano e in tutti i miei lavori ho sempre sentito la necessità di sottolinearli, di metterli in evidenza, di creare delle storie attorno a temi sociali, politici, ambientali, religiosi».
Rispetto agli anni passati il suo modo di affrontare certi argomenti è cambiato? E se sì come? In fondo lei nasce come artista spensierato… «Adesso sento di potermi permettere di usare l’ironia, mentre prima, se volevo affrontare un tema importante, mi sentivo in obbligo di farlo in maniera seria. Sono meno radicale, però il compromesso tra la leggerezza e l’impegno l’ho sempre cercato. E non smetterò di farlo».
Pensa quindi che, attraverso le canzoni pop, si possano mandare anche messaggi importanti?«Non capisco perché i generi musicali debbano essere distinti e, in particolare il pop, ghettizzato a sola forma di intrattenimento. Non è che, se si suona rock, allora si è ribelli e seri e, se si suona pop, no. Pensiamo ai Beatles, ai messaggi rivoluzionari che hanno trasmesso. Folk, pop, jazz: tutti gli stili possono parlare di tutto».
Nel disco precedente, “Papito”, c’era un duetto con Ricky Martin. So che siete molto amici. È rimasto sorpreso dalla sua decisione di uscire allo scoperto come omosessuale?
«Credo che Ricky sia stato di una coerenza estrema. Probabilmente si è voluto togliere un peso, credo in seguito all’arrivo dei figli: a loro non puoi mentire neanche un secondo».
La domanda che molti si fanno è: perché così tardi? Non avrebbe dovuto farlo un po’ prima?
«E perché? La vita è di chi la vive. Tu e solo tu devi decidere i tempi e i modi per fare le cose. A volte sembra che uno si debba scusare per quello che è, per quello che fa o non fa, se dice o se tace. Perché non l’ha detto prima? Ma che cazzo te ne frega se non l’ha detto prima? Non vedo perché i personaggi pubblici debbano esporre tutto: c’è una parte privata che va difesa e che va gestita come uno meglio crede».
Il dubbio che il silenzio di tutti questi anni sia stato strumentale alla carriera, però, rimane: una pop star omosessuale è meno vendibile come sex symbol per ragazzine, che poi sono quelle che comprano i dischi…
«Ma la gente non la si può ingannare. La gente decide di comprare i tuoi dischi per un insieme di cose, non solo perché sei un oggetto sessuale: perché hai uno stile, sei un personaggio, per la voce. Sono queste cose che fanno il marchio. Pensi a quando ero ragazzino io: così efebico, angelico, senza sesso».
Senza sesso? Veramente a quelle della mia generazione sesso ne faceva eccome. Anzi, siamo noi quelle fregate ben bene…
«Non siete state fregate: eravate voi ad avere bisogno di uomini con certe caratteristiche».
Può spiegarsi meglio?
«Nel senso che alle ragazzine andavo bene io perché, a quell’età, si cerca il ragazzo dolce, tenero, angelico. A 20 anni invece cerchi il cattivo, il maledetto. Non parliamo, poi, poi, dei 30: cerchi quello che ti faccia diventare pazza quando si chiude la porta della camera da letto».
Lei ha spesso dichiarato di sentirsi europeo, più che spagnolo o italiano. Qual è però l’aspetto più italiano del suo carattere?
«Il desiderio di avere sempre vicino la famiglia e le persone care. E poi la disciplina, la serietà che metto in quello che faccio, l’operosità: quando lavoro più che la mia parte italiana esce fuori quella lombarda».
08 Giugno 2010 Simona Siri

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